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FATTI SENTIRE

La Lista Civica 5 Stelle per Faenza.

Boicottaggio prodotti OMSA ed oltre

Cogliamo l’occasione dell’annunciato appoggio al boicottaggio dei prodotti OMSA da parte di Giovanni Favia, Capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle, a cui la Lista Fatti Sentire aderisce, per ribadire la nostra posizione in merito alla vicenda, chiedere una volta di più azioni politiche concrete in aiuto alle lavoratrici e lavoratori coinvolti e per mettere tutti i raccontafrottole che da mesi giocano sulla pelle di queste persone davanti alle proprie responsabilità.

Ritorniamo un attimo alla discussione dell’ODG “Diritto al lavoro”, nel corso della quale prendemmo fermamente posizione contro il modo di fare impresa del Sig. Grassi ed annunciammo l’adesione al boicottaggio dei prodotti OMSA, ma denunciammo anche la squallida passerella pre-elettorale di inutili ed autocelebranti politici di varia taglia e colore, tutti sicuri (allora) di poter cambiare le sorti di lavoratrici e lavoratori faentini.

In quell’occasione finimmo per essere strumentalmente citati solo per il nostro voto di astensione.

Gli eventi di questi giorni, con la FIAT che segue l’esempio dell’OMSA ed i nostri illuminati leader sedicenti liberali che affermano che “in un’economia di libero mercato non si può mica impedire ai nostri imprenditori di investire in Serbia”, dimostrano quanto sia degradata la classe imprenditoriale italiana, ma soprattutto quanto lo sia la classe politica, purtroppo specchio di un paese a sua volta in stato di decomposizione.

Perchè gli imprenditori tedeschi, francesi, inglesi, eccetera non fanno come i nostri? Forse gli stipendi nei loro paesi sono più competitivi con quelli serbi? No, in quei paesi sopravvive ancora quello che nel nostro non c’è più, se mai c’è stato: il senso del BENE COMUNE, la consapevolezza che se uno Stato non è anche Nazione, come se si tagliano le radici ad una pianta, il Paese, come la pianta, muore.

E allora pensiamo che sia proprio il momento di finirla con questa farsa, con questi autisti che, come nella canzone EAA di Bennato, guidano l’autobus a tutta velocità verso il burrone, salvo catapultarsi fuori prima che questo precipiti giù con tutti i passeggeri, che nel frattempo continuano ignari a cantare; pensiamo che sia venuto il momento, almeno a livello comunale di prese di posizioni democraticamente coraggiose e clamorose.

La Lista civica Fatti Sentire è pronta a collaborare.

7 commenti a “Boicottaggio prodotti OMSA ed oltre”

  1. Monica scrive:

    Gli imprenditori inglesi hanno il senso del bene comune? già … quelli della Twinings più degli altri, direi!
    Che tristezza, ormai non si salva più nessuno

  2. rita scrive:

    Nell’economia di una vertenza complessa come quella dell’OMSA è chiaro che le dichiarazioni di principio, pur importanti, non bastano: ciò che conta davvero sono i fatti, e di fatti, sono d’accordo con voi, se ne soni visti pochi.

    Io non saprei dire, come possa incidere sulla vicenda lo spauracchio di un boicottaggio: sono perplessa, anche perchè la Golden Lady produce una vasta gamma di prodotti per decine di brand, bisognerebbe conoscerli tutti, ammesso e concesso che a tutto il mondo interessi difendere il principio che il lavoro è un diritto.

    Boicottaggio è una parola che pare ruggire, ma ha tutta l’aria di essere un’arma spuntata.

    Credo invece che la politica debba e possa fare molto, come accadde negli anni settanta, quando, per scongiurare la chiusura della fabbrica venne addirittura costituito un Comitato Unitario per l’Occupazione.

    Rimpallarsi le responsabilità a vicenda, come accade oggi tra le forze politiche, serve a ben poco se non a rivelare un confronto impietoso tra nuove e vecchie classi dirigenti.

    Una classe politica di qualità, sa che per raggiungere un obiettivo ci vuole unità, ci vuole visione comune, ci vuole una strategia operativa che stabilisca chi – fa -cosa -come – quando: sempre che le sorti di quei 350 operai ed in generale dell’economia della città, interessino davvero a tutte le forze politche.

    Dal mio punto di osservazione, vedo solo cani sciolti, forze divise e impegnate a difendere posizioni di bottega, quasi a interpretare quel dividi ed impera da sempre strumentale alle forze padronali.

    Anch’io sono stata figlia di un’operaia licenziata dall’OMSA: avevo solo dieci anni, ma sufficienti per capire che le cose, allora, andarono molto diversamente da oggi.

    In quegli anni di lotta e di angoscia, un’intera comunità locale si strinse attorno a quel mondo operaio: governo e opposizione della città lavorarono insieme e in stretta collaborazione, per scongiurare la chiusura della fabbrica.

    Vennero sollecitati gli interventi di autorevoli esponenti del governo, della regione, del mondo cooperativo e imprenditoriale. Gli studenti e la borghesia scesero in piazza insieme agli operai per difendere il diritto al lavoro.

    Alla fine i risultati arrivarono e la fabbrica non chiuse: la proprietà passò alla Golden Lady, mentre il processo di ristrutturazione industriale portò a negoziare con le parti sociali il licenziamento di centinaia di operai, per i quali però, nel frattempo, si preparò una soluzione alternativa.

    La mamma fu tra quelli che in quegli anni, perdettero il lavoro, ma le classi dirigenti di allora, il mondo politico, il sistema cooperativo, il mondo imprenditoriale, fecero sistema, pianificando la nascita di nuovi presidi produttivi, che avrebbero permesso, di lì a qualche tempo, di ricollocarli tutti.

    Quello fu un licenziamento col paracadute, volutamente gestito in modo unitario e trasversale, dove nessun operaio venne lasciato solo.

    A quei tempi, che a guardarli oggi appaiono lontani di secoli, la visione sociale del lavoro era ben chiara a tutti i livelli e a qualsiasi forza cittadina: nessuna formazione politica, tra DC, PCI, PSI, PRI, PSDI, PLI, avrebbe mai messo in discussione il principio che il lavoro fosse un diritto.

    Oggi il paradigma culturale è molto cambiato: avanza un modello di società che poggia la propria idea di sviluppo sulla forza del mercato e la libertà d’impresa, una tendenza al liberalismo senza regole, che ha materialmente abrogato il principio costituzionale che attribuisce all’impresa una funzione sociale.

    E sulla base di questa visione, il lavoro non è più un diritto, ma una merce, un qualsiasi prodotto che l’imprenditore è libero di acquistare sul mercato dal miglior offerente.

    Così, il gruppo Golden Lady, ha deciso di acquistare la manodopera in Serbia e trasferire la produzione che oggi si fa a Faenza, là. E ciò è potuto accadere, perchè questa nuova concezione del lavoro come merce, un tempo socialmente inconcepibile, oggi è accettata da ampi strati del mondo sociale, politico e sindacale.

    Come appartenente alla comunità, ad una storia e ad un simile vissuto, non posso non pensare alla vicende dell’ OMSA e quando lo faccio non riesco a controllare quel nodo in gola che, inesorabilmente, mi soffoca: perchè, a differenza di quello di mia mamma, quello di oggi è un licenziamento senza paracadute. Purtroppo, nessuna soluzione è all’orizzonte, nessuno sa davvero cosa accadrà a quelle 350 famiglie, domani, quando la Cassa integrazione si sarà esaurita.

    Se nulla cambia, nessuno dei figli di quelle persone che saranno licenziate, potrà, un giorno, testimoniare la propria riconoscenza alle classi dirigenti, come sto facendo ora io, a decenni di distanza.

    Per quei figli, rimarrà solo la dignità e la solitudine delle loro madri, una solitudine che oggi suggella la fine della nostra società come comunità, perchè troppo indifferente o incapace di proteggere i suoi cittadini più deboli ed in difficoltà.

    Tutti noi leggiamo sui giornali o apprendiamo dai TG di questa triste vertenza: la questione si scrive OMSA, ma si legge “prove generali della nuova società che avanza”.

    La direzione tracciata è ben chiara. Credo che chiunque non si riconosca nella visione egoistica della legge di mercato, debba impegnarsi per invertire la rotta e debba farlo adesso, con i fatti, recuperando quella tradizione comune, solidale e collaborativa che ha sempre caratterizzato la cultura politica della nostra comunità.

  3. davide scrive:

    l’ennesima cazzata dei nostri politici disertori in comunella con chi tirai fili dell’economia , le studiano tutte per indebolire lo stato e gli italiani , hanno aperto le frontiere dimenticando a che cosa servivano e sputando sulla tomba dei loro avi morti per delimitarle e per dare ai loro figli un paese sicuro e libero dove poter crescere tranquilli i loro figli con delle regole anche se dure ma sensate , e ora ? che cazzo fanno ? le studiano tutte per salvarsi il loro stipendio , cercano di diluire i nostri valori , cercano di indebolirele nostre menti , distribuiscono superficiaità , e insegnano il non rispetto del prossimo , ma che cazzo di paese è diventato , con il loro falso perbenismo ci prendono per il culoooooooooo svegliateviiiiiiiiii

  4. Alex.Posta scrive:

    Io trovo giusto che un imprenditore possa decidere di poter trasferire le proprie azinde dove vuole
    Però troveri giusto pure inserire dei dazi di allineamento dei prezzi far si che una fiat fatta in Polonia costi come una Fiat fatta in Italia
    Il costo della manodopera di un prodotto fatto in Cina o in Serbia si deve allienare ai costi di manodopera Europea
    Andare a sfruttare la gente povera non è libertà

  5. Pero scrive:

    Concordo con voi sulle considerazioni legate a cio’ che è stato fatto finora da politici e politicanti:nulla. Temo che il boicottaggio possa servire a poco perchè i marchi in questione hanno una distribuzione globale tale che non risentirebbero molto di una flessione delle vendite in Italia, anzi al massimo in provincia. Vero che manca la cultura del paese Italia e della difesa della sua integrità, il problema è che questo manca per primi nei cittadini che nel loro piccolo si comportano in modo da vedere privilegiati i loro interessi, senza ormai molto rispetto per il prossimo. Gli imprenditori esportano perchè nei paesi citati le tasse sono basse: la loro unica possibilità di sviluppo al momento viene dal favorire l’ingresso di capitali stranieri. Questo porterà al risultato che l’imprenditorialità italiana andrà ad incrementare il pil ed il benessere di altri paesi. La soluzione, ammesso ci sia, vista la piega presa, sarebbe quella di analizzare la questione dal punto di vista delle politiche fiscali ed economiche per favorire il mantenimento delle produzioni sul nostro suolo, peccato non ci siano risorse e quindi il livello di tassazione debba essere mantenuto quantomeno al livello attuale. Lo spirito di identità nazionale non lo si puo’ pretendere da imprenditori che sono solo interessati a massimizzare il loro profitto, ma bisognerebbe inculcarlo in tutti i cittadini che purtroppo lo stanno perdendo e che favoriscono tutte queste “derive” assuefacendosi alla situazione ed osservando con rassegnato distacco ogni evento che non li coinvolga in prima persona.
    Vi seguo con attenzione perchè il vostro impegno è disinteressato ed è il modo di fare politica che concepisco io e che oggi nessuno più pratica per cui “continuiamo a sentirci”

  6. Pan scrive:

    Giustissimo! Boicottiamo omsa, ma anche Fiat!

  7. Alex.Posta scrive:

    Il boicottaggio dei prodotti O:M:S:A secondo me serve a poco.Bisogna cercare di cambiare le regolre che sono fatte da ricchi per tutelare chi ha soldi.
    Bisogna fare regole che chi è ricco non vada a sfruttare i povere di un’altro paese.
    Gente come Marchionne vogliono trasformare l’Italia come la Romania se non si fa nulla tra pochi anni saremmo tutti nella ca…

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